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“Prendo io le deleghe per le finanze e le aziende comunali. Lo so bene, roba da non dormire più la notte. Per decidere le sostituzioni, comunque, ci vorrà tempo perché ora è l´assetto dell´intera giunta ad essere in discussione”. Con queste parole, preludio a l’ennesima ignobile pantomima, la “Sindaca” ha preso atto delle dimissioni dell’assessore al bilancio del Comune di Napoli Enrico Cardillo. Aldilà della facile ironia, fomentata su Fb anche dal sottoscritto, proviamo ad analizzare qual è ora la situazione.
Cardillo rappresentava, per il numero e la specificità delle deleghe a lui assegnate, uno snodo nevralgico all’interno dell’amministrazione comunale partenopea. Attraverso lui passavano i rapporti istituzionali con imprenditori e sindacato ad esempio, cosa questa che, in aggiunta alla gestione della “cassa” comunale, ne facevano una figura di vitale importanza. Le sue dimissioni, a mio parere, ratificano ed attestano con ineluttabile evidenza, una verità conclamata ma che quasi tutti fanno finta di non vedere: il fallimento totale di sette anni di reggenza della “Reale Ancella”.
Finanche nella fattispecie, la Sindaca non è riuscita non solo a far recedere Cardillo dalla sua decisione di dimettersi, palesando per l’ennesima volta una sua oramai cronica debolezza politica, ma nenache è riuscita a proporre immediatamente un nome in grado di assumersi una carica di vitale improtanza per qualsivoglia amministrazione.
Il quadro politico poi, relativamente al centro-sinistra, è a dir poco avvilente. La giunta comunale ha dovuto più volte ricorrere al soccorso del centro-destra per restare (traballante) in piedi. Gli stessi partiti che compongono la coalizione hanno perso la loro capacità di presidio territoriale (il PD cittadino è un ectoplasma litigioso e multi frazionato) accentuando ancor più una, oserei dire, quasi insanabile frattura fra la società civile e le organizzazioni politiche. Il “Vicerè”, garanzia, patrocinio e tutela della “Reale-Ancella”, ha i suoi bei grattacapi e non può certo spendersi a favore di una Sindaca che, ironia della sorte, potrebbe ritrovarsi come diretta concorrente per un seggio al Parlamento europeo. A fronte di ciò c’è la città, quella reale, in balia di una drammatica crisi economica, immobile nei tanto annunciati progetti di sviluppo e con una qualità di vita paragonabile ad una qualsivoglia località del terzo mondo.
Tentare l’ennesimo “rilancio”, il ventilato “rimpasto”, è a mio parere una scellerata intenzione. L’unica prospettiva, l’ultima strada percorribile per salvare almeno l’ultimo briciolo di decoro rimasto, ove mai fosse ancora rimasto, è prendere atto della situazione e consentire alla città di scegliersi una nuova classe amministrativa. Tenuto conto dello scenario, è forse questo non solo il minore dei mali, ma l’unica strada seriamente percorribile per cercare di ricominciare.
Possibilmente, non con gli stessi protagonisti di oggi.
Ad uso e consumo di qualche "forestiero" che passasse per codesti lidi telematici ed a futura memoria, nonchè severo ammonimento, pubblico una storica performance del ex assessore Cardillo concessa al pubblico televisivo nazionale nel corso di una puntata di Report dedicata ai derivati finanziari.
Buon divertimento (si fà per dire, naturalmente...)
Ieri abbiamo assistito a l’ennesima rappresentazione di uno sbando politico talmente totale d'apparire irreale. Tenuti “in piedi”, chissà perché, dal capo-gruppo (dimissionario/ato) di FI, la giunta comunale, guidata da una “Reale-Ancella” sempre più ectoplasmatica, ha mostrato per l’ennesima volta il proprio spessore politico e quello dei suoi componenti. Se l’argomento non fosse tragico (i debiti del Comune di Napoli) ci sarebbe abbondante materiale per scrivere una farsa di Eduardiana memoria. Nella realtà dei fatti invece, si gioca allegramente col futuro di una città e con quellio dei suoi abitanti.
Se il Comune di Napoli fosse un’azienda, l’amministratore delegato avrebbe già dovuto consegnare i libri contabili in Tribunale per avviarne la procedura di fallimento. Parliamo infatti di OTTANTA MILIONI di euro dall´inizio di gennaio (80.000.000 € !!!). Ottanta milioni di debiti fuori bilancio, spese “non previste” all´inizio del 2008 e inserite via via nel corso dei cosiddetti "assestamenti di bilancio", l´ultimo dei quali, oggetto del consiglio comunale di ieri. Ma la genesi di tale sfascio, ha origini lontane. Già a fine settembre il Comune di Napoli aveva accumulato un debito pari a cinquantanove milioni di euro (59.000.000 € !!!). Poi, e siamo ad oggi, sono arrivati i conti del passato (alcuni addirittura risalenti agli anni 70), contenziosi persi in giudizio (per i quali si poteva intervenire con transazioni extra-giudiziare, tanto per dire) a cui si sono aggiunti i debiti contratti per sostenere le società di servizi (undici milioni e 626 mila euro per "Napoli servizi" e circa sei milioni di euro per i minori in affido alle varie strutture convenzionate). Come si faccia a non prevedere tali poste in un qulasivoglia bilancio preventivo, è un “mistero buffo cardellino”. Stiamo parlando infatti di spese assolutamente non impreviste, ma di servizi regolarmente terziarizzati con dei regolari atti di giunta e quindi realmente prevedibili nonché preventivabili. Ma andiamo avanti.
Nel corso della relazione davanti alla commissione del consiglio comunale (domenica scorsa), il neo-mago della finanza creativa, l’assessore alle Finanze Enrico Cardillo, ha dichiarato: “Con la manovra di assestamento, inoltre, sono state assicurate le risorse necessarie per il contratto di servizio con l´azienda trasporti Anm, per i maggiori costi di energia elettrica in seguito all´incremento delle tariffe, per lo svolgimento di importanti iniziative nel campo turistico, culturale e sportivo e per la manutenzione ordinaria della viabilità.” Ora, e se la matematica non è un opinione, voci quali i contratti di servizio con le aziende di trasporti e la manutenzione ordinaria (attenzione, ORDINARIA, non straordinaria), dovrebbero anch’esse essere poste a bilancio preventivo con oculata fattezza. Se così è, come mai rientrano nel capitolo di “assestamento”? Prodigi di una nuova finanza creativa tutta partenopea o ineistenze oculatezza gestionale?
Personalmente ritengo che le ipotesi sono due ed entrambe molto semplici: o c’è ignoranza nella materia, o c’è mala-fede. Nell’uno o nell’altro caso, la soluzione è una sola: dimissioni.
Ma sia chiaro, quando parlo di dimissioni non mi riferisco solo ed unicamente all’assessore Cardillo, già in procinto di accasarsi nella Uil nazionale o al vertice di una Partecipata. A casa ci devono andare tutti: Reale Ancella in primis. La credibilità delle istituzioni cittadine è già stata oltremodo compromessa da innumerevoli precedenti episodi. Ora si concretizzano i danni materiali di questa scellerata gestione e la misura di tali danni è talmente concreta da far tremare i polsi: OTTANTA MILIONI di Euro (80.000.000 € !!!) di deficit di bilancio!
Anche perché, e mi si consenta la retorica, secondo voi, chi sarà chiamato a pagare questa montagna di euro di debiti? (Senza parlare dei famigerati “derivati” finanziari”, sia chiaro.)Up-date h 14.12; L'assessore Cardillo si dimette: «Lascio per sempre la politica»
I concetti espressi potrebbero aprire, a mio parere, un dibattito finalizzato alla costruzione di una nuova stagione politica per la città di Napoli. In quest'intervista infatti, Velardi propone contenuti e metodi per affrontare quello che potrebbe essere un passaggio (oserei dire) epocale nell'approccio all'amministrazione della cosa pubblica: dalla politica, finalizzata alla pura raccolta di consensi, alla gestione manegeriale delle fattispecie attraverso il perseguimento di obiettivi raggiungibili e non utopistici.
E così, come qualcuno ieri ha commentato su Fb subito dopo la messa in onda dell'intervista, si può affermare che ora "le carte sono sul tavolo": bisognerà vedere semplicemente chi avrà il coraggio di andarle a vedere.
Personalmente ritengo che Velardi debba farsi carico in prima persona non solo di "dare le carte", ma anche di gestire il "banco". Napoli ha bisogno di persone pragmatiche ed efficaci non solo nelle proposte, ma anche nell'esplicitazione dei processi che possono portare alla realizzazione degli stessi. E checchè se ne dica, ed io mi ci metto fra i primi ad aver criticato Velardi per alcune sue scelte, sopratutto all'inizio della sua esperienza napoletana, il personaggio ha tutte le "carte" in regola.
La domanda mia però, è sempre la stessa: berrà l'amaro calice?
L’abbrivio lo ha dato Paolo Macry domenica scorsa (ma Marco Rossi Doria ne aveva già scritto sul suo blog). Caludio Velardi ne ha scritto ieri, sempre sul Cormez, ed oggi è il turno, con tuto il dovuto rispetto per Macry e Velardi, di un reale seponente di quella che loro chiamano Em (Elite mobile) ma che io preferisco esponenti della Società Civile (da sempre poco avvezza a qualsivoglia “Aventino”). Daniela Lepore, urbanista nonché blogger (e non solo architetto!), in un intervistata pubblicata oggi dal Cormez interviene sul dibattito con l’assoluta cognizione di causa di chi, da anni ormai, è parte attiva e propositiva di un ambito processo di “rivoluzione” politica (ma anche sociale) ormai assolutamente necessario per cercare di garantire un qualche spiraglio di sopravvivenza a questa derelitta città.
Pur condividendo quanto dichiarato da Daniela, c’è un punto che, a mio parere, andrebbe approfondito. Vero è che, come Daniela dichiara, “il leader non risolve i problemi. Anzi, la deriva personalistica ci ha portato al disastro che conosciamo.” D’altronde è altrettanto innegabile che “i tremila pezzi di questa città continuano a non parlarsi, a non dialogare”. Ma è altrettanto innegabile che un processo di coesione potrebbe e dovrebbe partire proprio dalla leadership, dall’individuazione di un personaggio in grado di catalizzare intorno a se idee, progetti, proposte, soluzioni, un soggetto capace di coalizzare intorno a se, attraverso la costante dinamica del dialogo non fine a se stesso, le tante componenti della società civile napoletana. Personalmente questo passaggio lo ritengo indispensabile, urgente e propedeutico alla nascita di qualsivoglia proposta politica effettivamente realizzabile.
Certo, e su questo concordo pienamente con Daniela, non si dovrebbe assolutamente reiterare il tragico errore fatto con Bassolino, “quando perdemmo una occasione storica per tenere spalancata la finestra della speranza, e si preferì privilegiare l'attenzione sulla leadership personale invece che sui contenuti e sui processi collettivi.” Una leadership quindi che nasca come reale espressione della Società civile, non fondata sul mito della persona (vedi Guazzaloca a Bologna) e che raccolga costantemente le reale istanze della Città in quanto elemento oggettivo di rappresentanza sancito dal suffragio popolare.
Ora, assodato il concept, si tratterebbe di passare alla fase cosiddetta di modus, partendo dalla prima spontanea e naturale domanda: chi, oggi a Napoli, sarebbe in grado di assumersi questo grosso onere?
Chi ha una indispensabile e naturale capacità per avviare un serio dialogo fra le tante anime che compongono questa città finalizzato ad un comune progetto politico?
Chi potrebbe portare con se una indispensabile pregressa esperienza elettorale che, aldilà dei risultati, ha rappresentato negli ultimi quindici anni l’unica ventata di “freschezza” politica nell’ambio dell’agorà cittadino?
Ciò detto, ed è questa una mia personale domanda indirizzata direttamente a Claudio Velardi, sarebbe egli disposto a supportare, coordinandone progetti, azioni e iniziative una tale candidatura?
Ieri mattina leggevo sul Cormez le ultime farneticazioni della “reale ancella”: “Per Napoli penso al partito che non c'è; un partito che potrebbe sintetizzarsi anche in una lista civica.”. Ho cominciato a pensare ad un post che raccogliesse il mio scetticismo di fronte a questa ennesima delirante sortita di Rosetta, donna (o presunta tale) che della politica ne ha fatto una professione. Figlia di un politico di primo piano, ha cominciato la sua carriera all’interno delle istituzioni nel lontano 1969 e d’allora ha ricoperto finanche vari incarichi ministeriali. La cosa quindi “puzza” e anche tanto.
Il lezzo poi diventa insopportabile se un essere umanio di media intelligenza (quale io mi definisco), prova a fare qualche semplice, o forse anche banale, considerazione sul senso del termine “civico”. Cito dal dizionario De Mauro: “cì|vi|co - agg., che riguarda i cittadini in quanto appartenenti a uno stato, a una collettività: compiere il proprio dovere c.”
Se la sostanza dei termini ha ancora un senso, già di per se la sortita della “reale ancella” meriterebbe una sonora pernacchia. Cosa centra lei, politica di lungo corso, con un qualcosa che nella sua accezione oggettiva è propria dei cittadini?
Aldilà dell’abuso che n’è stato fatto negli ultimi anni, le liste civiche hanno sempre rappresentato, o cercat odi rappresentare, quella parte di popolazione che non si riconosceva in un sistema partitico, che ne rifiutava le logiche interne, che poneva il proprio essere al servizio degli altri in maniera ideologicamente incondizionata. Ciò detto mi sono allora domandato: cosa nasconde nella realtà dei fatti, la sortita di Rosetta?
Mentre cercavo di darmi una risposta, apro il Cormez di oggi, leggo sull'argomento un intervista a Marco Rossi Doria e la faccenda mi appare più chiara.
Anche se, dopo avere letto l'articolo, la domanda mi sorge istintiva e spontanea,. Vorrei tanto poter chiedere a Marco: perché non riprovarci?
Quando c’incontriamo, raramente purtroppo negli ultimi mesi, aldilà del “personale”, la mia innata curiosità fa si che i discorsi scivolino sempre sull’argomento “Giustizia”. Certi argomenti vanno affrontati con i diretti interessati, con i protagonisti, spesso sconosciuti, che ogni giorno si misurano con la realtà oggettiva delle cose. Parlarne quindi con una persona che ha una specifica cognizione di causa, un Magistrato che nella sua carriera ha servito questo nostro derelitto Paese in posti cosìdetti di “prima linea, indipendente, nel senso di non iscritta a nessuna organizzazione rappresentativa dei Magistrati, che ha combattuto sia la mafia siciliana e sia la criminalità organizzata della nostra regione, è parlarne con chi conosce i fatti e non con chi ne ha “sentito dire”.
Andrea - Prima o poi a causa del blog, tu ti ritrovi in galera. Fraba - Esagerata. Ma se in Italia, a parte gli extracomunitari, in galera non ci finisce più nessuno.
A - Questo pure è vero. Ma era proprio necessario scrivere che Brunetta i suoi tornelli può anche ficcarseli in quel posto?
F - Ho fatto male?
A - Affatto.
F - Diciamo che forse, certe cose, non dovrei essere io a scriverle, non credi? Piuttosto, dimmi cosa ne pensi.
A - Io mi auguro che li mettano. Così forse finiranno di raccontare "favole" sul nostro lavoro.
F - Ovvero?
A - Bhe, vero è che il nostro contratto non prevede una rigida regolamentazione dell’orario di lavoro, ma quello che non scrivono è che non solo esiste un rigido programma di controllo sulla produttività, basato sulla chiusura dei procedimenti che abbiamo a “ruolo”, ma che, nonostante noi siamo “pubblici” dipendenti, non abbiamo le stesse prerogative di altri colleghi.
F - A cosa ti riferisci?
A - Qualunque dipendente del pubblico impiego, in caso di malattia, viene regolarmente retribuito. Noi Magistrati, no. In pratica se io mi ammalo ho si l’obbligo di certificare al mio diretto superiore la mia momentanea inabilità attraverso regolare certificazione medica e sono sottoposta al regime di controllo della visita fiscale. A fronte di ciò, ogni giorno di malattia mi viene interamente decurtata dalla mia retribuzione.
F - Altro che “norma antifannulloni”.
A - Infatti. Tant’è che molti colleghi preferiscono usufruire dei giorni di ferie, piuttosto che dichiararsi in malattia. Ma non finisce mica qui.
F - Dimmi, dimmi.
A - Contrariamente ad altri dipendenti pubblici non ci viene riconosciuta in busta paga nessuna voce a fronte della “reperibilità”. Sia quella diurna, festivi compresi, sia quella notturna. Nel nostro contratto, non esiste la voce “straordinario”.
F - Vabbè dai, con quello che guadagnate.
A - Certo, roba d’arricchirsi!. Prova a comparare il mio stipendio con quello di un qualunque dirigente della Pubblica Amministrazione e poi ne riparliamo.
F - Ma dai, site tutti uguali. Sempre a lamentarvi. Ma se avete anche a disposizione quarantacinque giorni di ferie all’anno…
A - Questo è un’altra cosa che, tanto per non cambiare, viene raccontata senza approfondire.
F - Cosa vuoi dire?
A - Partiamo da un presupposto fondamentale che molti spesso fanno finta di dimenticare. In Italia il potere normativo è prerogativa di Governo e Parlamento. La sospensione estive dell’attività giudiziaria è normalizzata da una legge regolarmente proposta, votata e ratificata dagli organi politici. Se a loro pare tale norma non corrisponde alle “reali esigenze”, se la macchina della giustizia non funzione anche perché noi Magistrati disponiamo di quarantacinque giorni di ferie all’anno, perché non cambiano la norma e la fanno finita?
F - Perché forse sparirebbe una delle tante “foglie di fico”?
A - O forse perché neanche loro, nella realtà dei fatti, sanno come funziona l’ordinamento giudiziario in Italia?
F - Diciamo che avere dei capi espiatori sui quali scaricare quando conviene è sempre utile?
A - No, personalmente detesto certi vittimismi. Puzzano di qualunquismo a basso costo. E’ una pura e semplice questione d’ignoranza, intesa come non conoscenza delle fattispecie di cui si discute. Il mese scorso a Bari, in una riunione con Giudici e Magistrati riuniti in pompa magna, il ministro Alfano è stato “amabilmente” sbertucciato dai miei colleghi.
F - In che senso?
A - E’ arrivato illustrando i suoi buoni propositi, la necessità di aumentare la produttività e di quanto lui fosse pronto ad ascoltare i “consigli” dei Magistrati. Quando qualche collega ha cominciato a chiedergli se sapesse quale fossero in realtà le norme che regolano il contratto di lavoro dei Magistrati (le malattie non pagate, il non riconoscimento della “reperibilità” diurna e notturna e quant’altro) ha cominciato a farfugliare frasi del tipo: “ma io questo non lo sapevo”!
F- Com’è finita?
A - Semplice. I miei colleghi gli hanno detto: “Caro ministro, torni quando sarà più informato sulle cose di cui vuole discutere con noi”. Si sono alzati, tutti, e sono andati via, lasciandolo con un palmo di naso.
F - Oggi sul Cormez c’era un articolo che denunciava, nuovamente, una carenza d’organico presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere. Una ventina di Magistrati hanno lasciato il Tribunale. Qualora non venissero rimpiazzati, esiste il reale rischio che molti processi non si celebrino e che pericolosi personaggi legati ai clan vengano scarcerati per decorrenza termini.
A - E allora? Dov’è la notizia? Magari il giornalista avrebbe fatto meglio ad approfondire la faccenda.
F - Perché?
A - Esiste una norma legislativa, non certo promulgata dal CSM, che vieta la destinazione dei magistrati ordinari al termine del tirocinio allo svolgimento di funzioni requirenti, monocratiche penali o di gip-gup. Questo significa, fra l’altro, che un giovane Magistrato, appena finito il periodo di uditorato, non può essere destinato a sedi “disagiate” com’è quella di Santa Maria.
F - Questo cosa comporta?
A - Comporta che nelle sedi disagiate, dove nessuno ci vuole andare, gli organici saranno perennemente scoperti. Basterebbe ritornare alla vecchia normativa, ma c’è qualcuno a cui conviene avere gli organici sempre a “regime”?
F - Questo però comporterebbe l’impiego di Magistrati inesperti in situazioni e territori ad alta criticità criminale.
A - Io il mio primo incarico l’ho avuto in Sicilia e ne sono fiera. Se devi imparare a nuotare, molto meglio lanciarti subito nella parte della piscina con l’acqua alta, non credi?
F - Se poi a questo aggiungiamo che probabilmente, con l’aria che tira, nessuno vuole più andare all’inquirente, il quadro diventa desolante.
A - Noto che ogni tanto azioni l’ultimo neurone che ti è rimasto!
F - Visto che bravo che sono? Quasi come il Ministro Brunetta.
A - Li mettessi i tornelli per controllare i Magistrati. Io ne sarei felice. E come me, lo sarebbero tutti quei Magistrati che fanno fino in fondo il proprio dovere. E sono tanti, credimi.
F - Ma nella Procura dove ora lavori, c’è la carta per le fotocopie?
A - Quella si. In compenso però manca il “toner” per le fotocopiatrici.update 17/11 - Sull'argomento, consiglio la lettura dei seguenti post: