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La città continua ad arrovellarsi suoi endemici mali, monnezza compresa, e “o Vicerè”, al secolo Antonio Bassolino, si preoccupa del teatro San Carlo. L’altro giorno il governatore “tricologico”, approfittando della messinscena berlusconiana sulla fine dell'emergenza rifiuti, ha trovato il tempo per visitare il cantiere aperto all'interno del complesso teatrale. Già, perché sul piatto, per i lavori destinati ad abbellire la struttura, ci sono ben cinquanta milioni di euro: e Bassolino ha espresso la sua soddisfazione per i “tempi ultraeuropei” con i quali si sta realizzando la “grande opera”.
Ma anche in questo caso serve l'intervento di quello che ormai è divenuto il suo personale Santo protettore : ”San Silvio d’Arcore”. Le affinità ormai sono palesi, e non solo “tricologiche” hanno consentito a O’ Vicerè di chiedere al governo “tutta l'attenzione che merita per rimanere ai massimi livelli”, nell'ottica di una collaborazione istituzionale “con la regione pronta a rimanere in prima linea, come è successo finora” (SIC!). Per Bassolino, “questo teatro è un po' una fenice: cerca sempre di rialzarsi e di risorgere”. Insomma, il San Carlo è un pò come lui: cerca sempre di risorgere. Ma sempre con un aiuto esterno.
Nel sentire il Ministro Brunetta affermare che anche per i Magistrati “c’è bisogno dei tornelli per rilevarne la presenza sul lavoro”, verrebbe da pensare che il primo posto dove installare un tornello, ed anche con estrema sollecitudine, è la sua bocca: in tal maniera si potrebbe in qualche maniera “filtrarne” le sue quotidiane esternazioni.
Tralasciando per “pudore” la difesa “d’ufficio” della categoria, posta in essere dell'ANM che per bocca del proprio Presidente Luca Palamara dichiara ciò di cui tutti sono a conoscenza da decenni (“Invece dei tornelli servono aule e uffici!”), proviamo per un attimo a trascurare il “dito che indica la luna” e concentriamoci su quale potrebbe essere in realtà “la luna”.
Brunetta tutto è fuorché che uno stupido. Ne tanto meno ho la sensazione che egli possa essere un incompetente o, peggio ancora, un ignorante (nella pura accezione del termine, sia chiaro). Egli sa bene che esistono dei precisi criteri di rilevamento della produttività degli organi giudiziari posti in essere da parte del CSM, organo costituzionale deputato, fra l’altro, anche al regolamento ed all’attuazione delle funzioni di controllo. Egli sa bene che da decenni esiste un problema di edilizia giudiziaria (le “aule e gli uffici” di Palamara), così come egli conosce fin troppo bene le ragioni alla base dell’insostenibile lungaggine processuale del nostro sistema giudiziario.
L’annosa carenza di organici: mancano i Magistrati ma anche cancellieri, commessi, segretarie etc. La scarsità dei mezzi a disposizione delle Procure. A tal proposito ricordo che qualche anno fa, alla Procura di Nola, un salumificio della zona si offrì di acquistare la carta per le fotocopie attraverso una “sponsorizzazione” in modo da poter coprirne la mancanza denunciata dal Procuratore Capo. L’estrema ridondanza di una normativa che consente ad un qualsivoglia procedimento di perdersi in irritanti ed infiniti rivoli di cavilli procedurali, favorendo tutte quelle pratiche forensi ostruzionistiche destinate a prolungare all’infinito ogni “ruolo” fino al raggiungimento di una spesso agognata “prescrizione”.
Qual potrebbe essere dunque, assodato quanto sopra elencato, il vero obiettivo dei “tornelli di Brunetta”?
L’attuale maggioranza governativa (ma non solo) ha più volte sollevato la questione riguardante la separazione delle carriere nell’ambito della Magistratura. Una delle conseguenze di questo scellerato progetto, sarebbe il passaggio della magistratura inquirente alle dirette dipendenze. In pratica, i PM diverrebbero dei funzionari amministrativi perdendo quella necessaria indipendenza, che dovrebbe, ad oggi, essere garantita dal CSM onde poter consentire uno sviluppo “sereno” dell’attività dei Magistrati. Quale PM infatti porrebbe in essere indagini “scomode” al potere politico sapendo di sfidare apertamente chi poi ne può disporre sulle sue sorti professionali?
Certo è che per qualcuno sarebbe tutto molto più semplice. Ghedini & c risparmierebbero un mare di tempo non essendo più costretti a sfornare in fretta e furia leggi e leggine per salvaguardare il “capo” o qualche suo “compagno di merende”. La corruzione politica, i reati legati alla pubblica amministrazione ed anche quelli inerenti i mondo finanziario, come per incanto, sparirebbero dalle prime pagine dei giornali senza avere la necessità di approntare nuove leggi, vedi quella sulle intercettazioni.
Il ministro Brunetta tutto questo lo sa. Il “tornello” quindi, è forse l’ennesimo passo verso l’annessione di uno dei pochi ambiti più o meno indipendenti rimasti nel nostro Paese? PS: chissà cosa ne pensano dei “tornelli di Brunetta” tutti quei magistrati costretti a vivere da anni sotto scorta per 24 ore al giorno. Chissà perchè poi Fabio Fazio non lo ha chiesto domenica sera al Giudice Raffaele Cantone.
L’obiettivo, o “gli obiettivi”, della della no-stop di lettura di Gomorra che si è tenuta ieri al museo di arte contemporanea Pan di via dei Mille, erano chiari, limpidi e cristallini. Uno di questi era il riuscire a realizzare “un rito civile centrato su quella civilissima usanza che è la lettura”. (cfr: Daniela Lepore)
Questo “rito” si è svolto ed anche con lusinghiero successo. Nonostante i pochi giorni a disposizione, chi ha organizzato l’evento (le associazioni Decidiamoinsieme e NapoliPuntoeaCapo) non solo lo ha fatto con assoluta efficienza e sobrietà, ma è anche riuscito nell’ardua impresa di non consentire ad alcun politico strumentalizzazioni e/o “appropriazioni” a scopo propagandistico personale. L’assessore regionale al turismo Claudio Velardi, dalla cui notte insonne americana è nata l’idea di questo incontro, era presente e silente, seduto anche lui fra il pubblico che ieri pomeriggio affollava il PAN. Il suo “fare un passo indietro” ha confermato ed avvallato la natura della manifestazione, un “rito civile”, dando un concreta lezione di stile (e di Cultura) non solo ai tanti politici non presenti, ma anche e soprattutto a chi, presente, tirato a lucido e con il suo pizzetto d’ordinanza fresco di barbiere, non ha esitato a palesare una malcelata insofferenza nel non poter assumere il ruolo a lui consueto di “generale dell’esercito di francischiello”. Questione di stile, ma anche la concreta dimostrazione che lo spessore politico di questa attuale classe dirigente, ha molto da imparare nell’interazione e nel confronto concreto con la società civile.
Onore al merito quindi a chi, dopo che in tutto il Paese si sono più o meno spontaneamente organizzate manifestazioni nel segno della solidarietà a Saviano, è riuscito, malgrado le inevitabili stupide polemiche, i distinguo a mezzo stampa ed attraverso i vari forum e blog, a riunire un gruppo di cittadini che con assoluta sobrietà, ma con altrettanto rigore, hanno accettato un difficile sfida: tenere alta l´attenzionalità sui temi della legalità, rilanciare la sfida a simboli e sub-cultura della modalità mafiosa.
E’ questa una sfida difficile, ardua, oserei dire improba. Ma a parere di chi scrive, è nei piccoli gesti quotidiani di ognuno di noi, nella diffusione di una nuova cultura che rivaluti i semplici principi della legalità, nell’esempio di un gesto anche banale, offerto ai tanti giovani che purtroppo ieri non erano presenti al PAN, che si potrà seminare un qualcosa i cui frutti saranno visibili sono nel lungo termine.
Anche perché, ma resta sempre un mio parere, la “coscienza liquida” sarà pur sempre una coscienza, ma nella concretezza dei fatti, troppo spesso si esaurisce con un semplice click, utile solo ad un ipocrita auto-assoluzione di tante (troppe) indolenti coscienze.
PS: Chi si nasconde "dietro" Saviano? ;-)
(fonte foto: repubblica on line),
Qualcuno si è preso la briga di inviarmi una mail accusandomi, rispetto al mio appoggio alla manifestazione di venerdì al PAN, di essere un opportunista, un voltagabbana e “finanche” un incoerente. Il mittente ha inoltre sottolineato il mio uso improprio della grammatica italiana, cosa questa però ben nota “finanche” al sottoscritto, e di essere un “incompetente” nonché un “personaggio animato da profonda invidia”. Premesso che sulla mia “incompetenza” fondo la mia “curiosità” nelle cose e la consegunete voglia di approfondire le fattispecie, mi piacerebbe tanto sapere di chi e di cosa io possa essere “invidioso”. Tuttavia, ma lo faccio solo per onestà ideologica e “pungolato” dall’amica Daniela, provo a chiarire il mio punto di vista sulla faccenda Saviano.
Nei giorni scorsi, ed in altri consessi telematici, ho manifestato alcune remoreriguardo all’eccesiva visibilità offerta dai media a Roberto Saviano. Nell’andare a ritroso in qualsivoglia rassegna stampa appare evidente che lo scrittore napoletano viene sistematicamente “sbattuto” in prima pagina per qualsivoglia fattispecie. La piece teatrale, il successo del film tratto dal suo romanzo, il Festival di Cannes, la nomination agli Academy Awardse per fino la sua passione per la boxe fanno si che un giorno si e l’altro pure di Saviano si legga in ogni dove. La settimana scorsa poi, è scoppiata la “bomba”. I media hanno riportato una rivelazione “di seconda mano” secondo cui i Casalesi stavano programmando per Natale un attentato “in stile Capaci” ai danni dell’autore di “Gomorra”. La notizia, per altro ridimensionata da fonti autorevoli, è stata da me commentata come l’ennesimo steep di una perfetta strategia comunicativa abilmente messa in piedi dall’ufficio stampa della Mondadori, titolare dei diritti sugli scritti di Saviano. Inutile dire che sul sottoscritto, fatte le dovute eccezioni, si sono abbattuti gli strali di chi in Saviano vede l’unico e l’ultimo baluardo per far fronte compatto contro la camorra.
Gli investigatori, poliziotti, carabinieri, i Giudici, anche loro costretti come Saviano ad una vita “blindata”, chi nel corso degli anni si è opposto al pizzo o allo strozzinaggio, mettendo così a repentaglio non solo la propria incolumità e quella dei propri familiari, ma anche e soprattutto il proprio futuro lavorativo, diventano all’improvviso, di fronte allo scrittore napoletano, figure sbiadite, ectoplasmi viventi non degni della stessa attenzione riservata all’autore di “Gomorra”. Saviano diventa “l’Eroe” per antonomasia, qualcuno azzarda addirittura una candidatura al Nobel per la Pace, tutti gli altri vengono assurti, se va bene, al ruolo di comprimari, di semplici comparse, quasi che la loro attività di contrasto alla criminalità sia un puro atto dovuto e non una scelta (tragica) di vita. Questo stato di cose, questa visione “corrotta” della realtà m’indigna in maniera profonda.
A mio parere Saviano, o meglio “Gomorra”, ha un merito: l’aver portato il “grande pubblico” a conoscenza delle logiche che si muovono alle spalle della pura fattispecie criminale. Gli interessi economici che animano organizzazioni come i Casalesi, o come anche i Di Lauro o i cosiddetti “scissionisti”, assumono ogni giorno che passa dimensioni sempre maggiori e la penetrazione di tale fenomenologia non è più solo un fatto legato al nostro ambito territoriale. Saviano con il suo romanzo ha coperto un “buco”, quello di un giornalismo “indolente”, di una sistema mediatico improntato e finalizzato allo svuotamento delle coscienze, alla massificazione culturale (verso il basso) , all’annullamento di qualsivoglia sviluppo di una capacità critica propria. Ecco quindi spiegata la mia adesione all’iniziativa di venerdì al PAN.
Chiudo accennando a due storie: quella di un giornalista napoletano e di un giudice agrigentino.
Il primo venne ucciso, senza alcuna preventiva minaccia, nel 1985. I suoi articoli scavarono un profondo solco nella credibilità dell’organizzazione criminale dei Nuvoletta, potentissimo clan alleato con la mafia siciliana. Quel giornalista si chiamava Giancarlo Siani e quando venne barbaramente trucidato sotto casa sua, era il 23 settembre 1985, aveva a poco compiuto 26 anni.
La seconda storia invece ci racconta di un Giudice che con la sua opera, fatta di numerose azioni poste in essere nei confronti della mafia attraverso lo strumento della confisca dei beni, fece esplodere quella che a suo tempo venne definita come la “Tangentopoli Siciliana”. Anche lui venne ucciso mentre, senza alcuna scorta, si recava in Tribunale. Era il 21 settembre del 1990 e Rosario Livatino, questo era il suo nome, aveva solo 38 anni.
Nessuno me ne voglia, ma per il sottoscritto sono queste i personaggi che dalla cui vita, dalla loro opera e dal loro sacrificio, potremmo tutti realmente imparare cosa significa sacrificare se stessi per contrastare la criminalità. Ma per loro, e per tanti come loro, non ci sono richieste di Nobel o passerelle sulla “Croisette”. Per loro, esiste solo l’oblio della collettiva memoria.
Le organizzazioni decidiamoinsieme e napolipuntoeacapo organizzano una lettura collettiva di “Gomorra”, noto romanzo di Roberto Saviano. La manifestazione si terrà a Napoli, venerdì 24 ottobre, dalle ore 16 alle 20, presso il PAN (Via dei Mille 60).