28/12/2007
10:34

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Repetita iuvant.

Riporto quanto pubblicato oggi da Repubblica riguardo all'emergenza (infinita) rifiuti in Campania. L'articolo descrive, a mio parere, bene sia lo stato attuale della situazione, sia il come si sia arrivati a questo livello di degrado.
Contriamente a quanto tv e stampa dichiarano, l'emergenza è anche della città e non solo della provincia. E non oso immaginare cosa sarà Napoli la mattina del 1 gennaio....


Non sono mai scomparsi dalle strade, da 14 anni a questa parte e la raccolta differenziata è ferma al 10% contro il 38% medio del Nord

Campania, l'emergenza rifiuti non passa, anzi peggiora

dal nostro inviato RICCARDO STAGLIANO'


<B>Campania, l'emergenza rifiuti<br>non passa, anzi peggiora</B>

NAPOLI - Il vulcano Munnezza è tornato a tremare. Non ha mai smesso, in verità, ma è come se negli ultimi sei mesi tg e giornali avessero staccato la spina al sismografo. I media pretendono sviluppi e qui è sempre la stessa solfa, da 14 anni ormai. L'emergenza più lunga nella storia dell'umanità, quella dei rifiuti campani. Come un'indolente lingua di fuoco la lava del pattume ha già travolto cinque commissari straordinari e bruciato oltre 2 miliardi di euro (tra le voci più fantasiose 10 milioni per un call center con 34 dipendenti che riceveva 4 telefonate al giorno). Ma, come un Efesto magnanimo, il dio del pericolo cronico ha anche creato 2316 posti di lavoro nella raccolta differenziata.

REPUBBLICA TV: Morire di diossina, videoreportage di R. STAGLIANO'

Peccato che con quasi 4 volte gli addetti pro capite rispetto a Roma o Milano, a Napoli riescano a mettere nel sacco giusto per il riciclo solo il 10 per cento della spazzatura. Contro il 38 medio del Nord. E che la regione sia rimasta l'unica - assieme alla Sicilia - a non  avere ancora un termovalorizzatore. "Trase munnezza e esci oro" sibilano i maliziosi. Perché così la Camorra può speculare sui terreni di stoccaggio, comprandoli a niente dai contadini e rivendendoli a prezzi decuplicati, e affittare prima i mezzi di rinforzo ai comuni quando annegano nella lordura e poi i camion che allungano il giro dal cassonetto alla discarica. Affare sporco, enorme affare.

Con i cumuli di rifiuti, oscurati da quest'estate quando furoreggiavano sulle prime pagine, più maleodoranti che mai. Come dimostrano le 100 mila tonnellate per le strade della regione nella settimana prima di Natale. Per il combinato disposto di uno sciopero di tre giorni degli autotrasportatori, il breve blocco di un impianto di smaltimento, qualche grado in meno e goccia in più del solito. Perchè i problemi vecchi quasi intonsi e quelli nuovi figliano come bufale nel Casertano.

L'iter dovrebbe essere più o meno questo. La differenziata va ai rispettivi riciclatori (alluminio, vetro, carta), il resto agli impianti Cdr (per combustibile da rifiuti). Questi, con filtri meccanici, separano la parte umida (cibo) da quella secca. E producono tre cose: il Fos, la "frazione organica stabilizzata" da usare come fertilizzante; il sovvallo, lo scarto degli scarti destinato alla discarica; le ecoballe, cubi incelofanati da oltre una tonnellata da mettere al rogo nei termovalorizzatori per ottenere energia. Però non c'è una sola tessera di questo puzzle che vada al posto suo. "In tre anni il Comune ha spiegato in quattro modi diversi ai cittadini napoletani come fare la differenziata. E nessuno ci ha capito più nulla" sbotta Michele Buonomo, presidente della Legambiente regionale. Racconta che sarebbe possibile, di un paesino di nome Atena Lucana con un record svedese del 96 per cento. Ma a Napoli città non ha mai funzionato. Perché la gente vede i sacchetti per terra e si deprime: "Chi me lo fa fare?". Credendo che siano problemi diversi.

"E anche perché il contratto con cui la regione affidò la gestione alla Fibe, gruppo Impregilo, prevede che venga pagata per tonnellate trattate. Dovrebbe autoridursi la bolletta?" ironizza l'onorevole Paolo Russo, ex presidente della commissione parlamentare sui rifiuti. Già, la famigerata Impregilo. Il colosso che nel '94 ha vinto, in una gara che su tutto puntava meno che sull'eccellenza tecnologica, l'appalto per i rifiuti campani. E alla quale i magistrati hanno bloccato quest'estate beni per 750 milioni di euro, oltre all'interdizione per un anno dai rapporti con la pubblica amministrazione, per una strepitosa serie di inadempienze.

"A Lo Uttaro, nel casertano" schiuma Nunzia Lombardi, una fisica trentenne che organizza per i giornalisti tournée tra la monnezza, "le pareti dell'impianto sono state costruite verticali anziché spioventi. È l'abc per non far filtrare il percolato". In effetti, come i pm campani hanno certificato, non c'è neppure un Cdr tra i sette edificati capace di sfornare un'ecoballa a norma. In quella poltiglia c'è troppa umidità. E ciò complicherebbe la combustione. Oltre che pneumatici, sacche di sangue, infinite schifezze che dovevano finire altrove. Ancora Russo: "Un fallimento dovuto a cattiva progettazione e al fatto che è arrivata roba totalmente indifferenziata e assai più del previsto".

Risultato: 5 milioni di ecoballe accumulate nei vari centri di stoccaggio. "Piramidi azteche" le chiamano. Che ogni giorno diventano più alte di 2200 mattoni. Che farne? Il penultimo commissario, Guido Bertolaso, voleva ricostituirci le cave, una sorta di chirurgia estetica per montagne sventrate. "Ma perché fare un regalo a chi le aveva sfruttate, spesso nomi vicini alla criminalità?" si indigna l'ingegner Giambattista dè Medici. L'Assise di Palazzo Marigliano, il gruppo di cui fa parte, boccia il piano del prefetto Alessandro Pansa. "Se davvero costruiranno le 31 centrali a biomasse di cui si parla, capaci di bruciare sino a 4 milioni di tonnellate l'anno, la Campania diverrà l'inceneritrice d'Italia, magari anche dei rifiuti tossici del resto del Paese" denuncia Nicola Capone, trentatreenne coordinatore dell'Assise.

La sua ricostruzione ha il pregio della coerenza e il rischio dell'ideologia. Bassolino avrebbe affidato i rifiuti alla Fibe che non solo si è rivelata inefficiente ma ha anche comprato le terre per le discariche dai prestanome della Camorra. E ora i suoi resti se li spartiranno i cementifici. Perché l'ultima della creatività monnezzara è di fare grandi punturoni di gesso e cemento alle ecoballe bagnate per farle asciugare. Se non fosse che così il peso aumenta del 50 per cento e la zavorra da smaltire cresce. "È incredibile" commenta il professor Umberto Arena, "nell'emergenza fioriscono le idee più strane. C'è anche chi ha proposto un marchingegno pomposamente chiamato dissociatore molecolare, vi rendete conto? Quando basterebbe copiare quel che fa il resto del mondo civile". Ovvero differenziata, inceneritori hi-tech, discariche.

Insegna scienze ambientali, quest'ingegnere che rischia ogni giorno la sedizione familiare per la sua intransigente politica del bidone nella bella casa al Vomero. "I termovalorizzatori potrebbero bruciare anche i rifiuti "tal quali", figurarsi le ecoballe difettose. E il loro impatto ambientale è minimo. La Germania ne ha 66 e la quota di diossina è stata ridotta del 99%. Idem per Danimarca e Svezia". Ma le balle sono della Fibe che le ha date in pegno alle banche.

Un caos totale. Lo sversatoio di Taverna del Re, dove ne viene parcheggiata la maggior parte, ha i giorni contati. "Lo dobbiamo alla popolazione" assicura Gianfrancesco Raiano, portavoce di Pansa. C'è puzza, il percolato infiltra il terreno. Ci sono già stati picchetti, gli abitanti non ne possono più. "Ma il commissario ha individuato i cinque siti alternativi puntando a caso sulla mappa" accusano gli ecologisti.Nell'avellinese, a Chianche, tra i vitigni del Greco di Tufo. Con l'imprenditore Mastroberardino già pronto a dare battaglia.

Nel casertano, a Pignataro Maggiore, terra di succulente mozzarelle da esportazione. Al punto
che il celebre caseificio Iemma ha scritto a Pansa: "Se ha deciso di premere il grilletto contro la nostra terra lo faccia, ma ci spieghi perché ha escluso 35 siti alternativi". La gara per chi dovrà succedere alla Fibe, completare il termovalorizzatore di Acerra e gestire i rifiuti per i prossimi 25 anni, è durata solo sedici giorni. In gioco 800 milioni di euro, forse l'appalto pubblico più grande d'Europa. Si è fatta avanti la francese Veolia e l'Asm di Brescia. Non è detto che finisca qui.

I napoletani si sono preparati al Natale zigzagando tra 3.000 tonnellate di immondizia. A San Gregorio Armeno, via dei presepi, si scherza su decorazioni fatte di rifiuti. Va peggio a Ercolano, dove il sindaco Nino Daniele ha chiesto, per liberare il centro dai sacchi neri, l'intervento dell'esercito. Ieri lo preoccupava il Vesuvio, oggi teme eruzioni dal basso.
(ha collaborato Fabrizio Geremicca)
22/12/2007
11:55

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Le due Italie.

19_06 immondizia01Riporto integralmente quanto oggi pubblicato dal Corriere della Sera riguardo alla questione rifiuti ritornata prepotentemente alla ribalta in queste ultime settimane. Stella, l’autore, descrive in maniera efficace lo stato delle cose paragonandolo ad una problematica che pur essendo comune ad ogni latitudine, viene affrontata e risolta in maniera diametralmente opposta con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ne viene fuori un avvilente differenziazione nella gestione di una fattispecie che conferma quanto ormai tutti noi da tempo andiamo dicendo.

Esistono due Italie, due Paesi differenti in cui le istanze dei cittadini, le loro esigenze di vita, vengono affrontate in maniera diametralmente opposta e con risultati altrettanto differenti. In Campania non esiste un’emergenza rifiuti. Esiste altresì la precisa volontà di tenere in essere uno stato di cose attraverso cui è possibile foraggiare il proprio elettorato in maniera diretta, ad esempio attraverso uno spaventoso giro di consulenze a peso d’oro, ed indiretta: io camorrista che lucro sulla questione dei rifiuti non avrà mai alcun interesse a non far confluire il mio “pacchetto” di voti su altro candidato.

Ecco quindi che questa classe politica non ha bisogno di andare ad accordi diretti con la malavita organizzata. La loro inettitudine, la loro incapacità, la non volontà di affrontare la problematica in maniera risolutiva, è la migliore garanzia per garantirsi un così vasto elettorato.

Inceneritori La paralisi campana e l’impianto ecologico veneto

Rifiuti, se Napoli copiasse Venezia

In laguna realizzato un grande impianto modello, al Sud è sempre emergenza

Riuscirà Babbo Natale a raggiungere tutti i bambini facendosi largo con la slitta tra montagne di spazzatura? Ecco il dubbio di tanti piccoli napoletani. I quali, oltre al gran freddo che il buon Gesù ha mandato loro a rendere meno fetida l’aria, avrebbero diritto ad avere in dono un po’ meno di ipocrisia. Cosa ci hanno raccontato, per anni e anni? Che il pattume partenopeo, ammucchiato senza uno straccio di raccolta differenziata così com’è («tale quale», in gergo) non può essere trattato, ripulito, riciclato, trasformato in combustibile e bruciato.

Falso. Succede già. A Venezia. Dove lo stesso tipo di immondizia viene smaltito senza problemi dal più grande impianto europeo di Cdr (Combustibile Derivato dai Rifiuti) che manda in discarica solo il 6% di quello che arriva coi camion e le chiatte. E dov’è l’inceneritore? Dov’è questo mostro orrendo le cui fiamme fanno inorridire i campani che da anni, dipingendosi già avvolti dai fumi neri della morte, si ribellano all’idea di ospitarne qualcuno? A tre chilometri dalle bancarelle del mercato di Marghera. A cinque da Mestre. A otto dal campanile di San Marco. Senza che nessuno, neppure il gruppuscolo ambientalista più duro e puro e amante delle farfalle, abbia mai fatto una manifestazione, un corteo, una marcetta, un cartellone di protesta. Prova provata, se ancora ce ne fosse bisogno, che sotto il Vesuvio sono troppi a giocare sporco.

Pare una clinica, l’impianto in riva alla laguna, ai margini di Marghera. La bolzanina «Ladurner» l’ha costruito (dal primo scavo nel terreno al fissaggio degli interruttori elettrici) in dodici mesi. Contro i millenni necessari, non per l’indolenza delle persone quanto per la rete di veti e ricatti, nella sventurata Campania che, stando ai dati Apat, rappresenta da sola il 43% del territorio italiano inquinato dallo smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della «munnezza». Impianto pulito. Silenzioso. Efficiente. Apparentemente quasi deserto. «Quanti dipendenti? Meno di un centinaio. Al Cdr, su tutto il ciclo, 28 persone», spiega Fiorenzo Garda, dell’azienda altoatesina. Sei in meno di quanti bivaccano al call-center napoletano del Pan (Protezione ambiente e natura) dove, stando al rapporto della commissione parlamentare, ogni centralinista riceve mediamente una telefonata a testa alla settimana.

Ventotto persone che, scivolando tra capannoni, rampe e officine, ricevono ogni giorno i rifiuti urbani di Venezia (comprese Mestre, Marghera, le isole), Chioggia e larga parte della Riviera del Brenta per un totale di 300mila persone. Meglio: per un totale equivalente a una popolazione di 300mila abitanti. La Serenissima è infatti una città speciale per almeno due motivi. Il primo è che, scesa nei decenni a 50mila residenti, accoglie ogni anno quasi 20 milioni di turisti (meglio: 20 milioni di presenze giornaliere, per una media di circa 55mila abitanti supplementari al giorno con punte di 150mila) ai quali è praticamente impossibile imporre la raccolta differenziata. Il secondo è che un conto è portar via la campana della carta e del vetro coi camion in terraferma (dove la «differenziata» sta mediamente al 45%) e un altro con le barche nei canali.

Risultato: le «scoasse» veneziane sono uguali alla «munnezza» napoletana. Con più nero di seppia e meno pummarola, ma uguali. E infatti, caricate sulle barche a da lì trasbordate su enormi chiatte alle spalle della Giudecca, quando arrivano alle banchine di Marghera potrebbero essere perfettamente confuse con quelle che vengono scaricate dai camion nelle fosse dantesche degli impianti partenopei. È lì che i destini si dividono.

ansa104697762605165504_bigI rifiuti campani, in attesa dei termovalorizzatori (quello di Acerra che doveva essere acceso a ottobre, dopo 14 anni dalla prima dichiarazione di emergenza, è bloccato dall’inchiesta dei giudici e i lavori per quello di Santa Maria La Fossa devono ancora cominciare) vengono imballati alla meno peggio e ammassati in gigantesche piramidi su terreni comprati a prezzi sempre più folli, con misteriosi rincari anche del 500% in dodici ore. Piramidi che ormai stoccano sette milioni di tonnellate di «ecoballe» (che «eco» non sono) le quali potrebbero, se allineate, coprire la distanza che c’è da Parigi a New York. Una situazione esplosiva. Che costringe da anni i commissari via via nominati a recuperare nuove discariche (l’ultima è a Serre, a 102 chilometri dal capoluogo campano e per farla hanno buttato giù centinaia di querce) o a riaprirne di chiuse sfidando la collera degli abitanti. Collera spesso accesa dalla camorra, che vede a rischio i suoi affari. Che si nutrono proprio dell’emergenza campana. Costata fino ad oggi almeno un miliardo e duecento milioni di euro. I rifiuti veneziani no, quelli i soldi, agli azionisti pubblici, li fanno guadagnare. Dice Gianni Teardo, responsabile tecnico degli impianti, che quest’anno il complesso di Marghera, costato 95 milioni di euro (un dodicesimo dei soldi spesi in Campania) va in attivo. Spiegare come la spazzatura venga «bollita» per una settimana in enormi cassoni («biocelle »), asciugata, sminuzzata, passata al setaccio per separare quello che può essere riciclato tra i metalli, la plastica o la carta, sarebbe lungo. Basti sapere che, mettendo insieme questo lavoro con quello a monte della raccolta differenziata e poi una seconda e una terza operazione di filtraggio, l’impianto veneziano si vanta di mandare in discarica nell’entroterra di Chioggia solo il 6% del pattume trattato. Che dovrebbe essere ridotto entro un paio di anni al 3%. «Anche se puntiamo a ridurlo ancora, fino ad azzerare il ricorso alla discarica ».

Ferri, plastiche e carta vengono venduti sul mercato. La metà del Cdr prodotto e compattato in «brichette » simili a corti bastoncini è ceduto all’Enel che lo brucia al posto del carbone per fare energia. Tutto ciò che può essere usato allo scopo diventa «compost» per fecondare i terreni troppo sfruttati e in fase di desertificazione. E quel che resta, infine, viene bruciato.

Direte: oddio, vicino a Venezia! Esatto: in faccia a Venezia. Senza una protesta. Sotto il controllo dell’Arpav. Con un rapporto giornaliero sui fumi emessi. E sapete cosa salta fuori, a vedere i dati certificati dalle autorità sanitarie? Che un inceneritore di ultima generazione come quello veneziano, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati, che sono da cinque a quindici volte più rigidi rispetto a quelli delle centrali termoelettriche o dei cementifici. Ma c’è di più. Fatti i conti, quel camino che smaltisce ciò che resta dei rifiuti di 300mila abitanti butta nell’aria ogni ora circa 60mila milligrammi di polveri. Pari a quanti ne escono, stando alle tabelle Ue, dai tubi di scappamento di quindici automobili di tipo Euro2. Per non dire di quelle più vecchie, che inquinano infinitamente di più. Direte: e se queste polveri fossero più aggressive? Massì, esageriamo: ogni camino come quello di Marghera inquina come una cinquantina di auto Euro2. E sapete quante ce ne sono, in Campania, di auto così o più vecchie e inquinanti? Oltre 2 milioni e 200mila. Pari a 44mila inceneritori come quello di Marghera.

Gian Antonio Stella
20/12/2007
15:05

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Ci risiamo: ma non ci stupiamo.

monnezzainsideCi risiamo e francamente, io non avevo  dubbi ne avevo ben pochi. Siamo di nuovo pieni di “monnezza”. Se fino a qualche giorno fa l’emergenza (ma è meglio chiamarla quotidianità) era “solo” in provincia, da qualche giorni anche la città è invasa dai rifiuti. Insieme ai sacchetti impera assoluta e incontrastata la manifesta impotenza di una colpevole classe politica e l’assuefazione di chi in questo stato di cose è costretto a viverci. Nella migliore dei casi, ci si accontenta di un ipotesi: che questo degrado si arresti là dove è arrivato. Anche perché non è detto che non si possa ancora peggiorare.

Retoricamente, lo ammetto, continuo a chiedermi dove siano le istituzioni. Poi mi guardo intorno e mi ritrovo con una giunta impegnata a festeggiare il natale con feste e festini, un consiglio comunale ridotto ad un dispenser di “gettoni di presenza” ed un consiglio regionale incapace finanche di approvare il proprio statuto interno. Ad osservare poi il “nuovo che avanza” c’è da rimpiangere il “vecchio che non è mai arretrato”. Il “nascente” Partito Democratico qui da noi è ormai un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Ciriaco De Mita ed Antonio Bassolino, “emergenti” figure espresse del panorama politico locale (SIC!), si confrontano quotidianamente ed animatamente. Su di un progetto, un’idea, una opzione politica? No. Loro si “confrontano”, o per meglio dire, litigano per i posti, per le segreterie che decidano candidature, nomine, consulenze, assunzioni e quant’altro possa continuare a perpetuare un sistema clientelare degno della peggior tradizione doroteista. Ma del resto questi “imberbi” leader altro no sono che i reduci di democristiani e comunisti scampati, Dio solo sa come e perché, al ciclone di tangentopoli.

Si presentarono allora, così come hanno avuto la faccia di bronzo di presentarsi oggi ai nastri di partenza del PD: i volti nuovi della politica. Mentirono allora e mentono oggi. Per quindici anni hanno governato questa città e questa regione con il falso moralismo, un populismo indecoroso, con la retorica e la demagogia degli incompetenti e degli inetti. Si sono avvalsi di una stampa servile ed asservita, complice interessata al mantenimento di un proprio status quo, fatto di privilegi variamente assortiti. Anche loro hanno perso la faccia e forse anche qualcos’altro.

Finirà tutto questo?. Ne dubito. Siamo, e mi ci metto dentro, un popolo “piagnone”, sempre pronto ad inveire contro i potenti ma altrettanto apatici, vili ed inetti dal non cominciare a tirar calci: possibilmente ad altezza deretano.
20/12/2007
11:33

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La moratoria ONU e la nostra ipocrisia.

Technorati Profile Archiviato da fraba in: politica, giustizia, giornalismo
cappioApprovata all’ONU su proposta italiana, la moratoria per la pena di morte. Cori di esultanza di sono levati a sinistra, a destra, sopra e sotto. Tutti ad inneggiare all’orgoglio italico, al nostro peso specifico nell’ambito delle relazioni internazionali e chi più ne ha più ne metta. L’IRAN ieri ha impiccato quattro condannati e non ho sentito alcuna dichiarazione di Prodi, che si è detto "orgoglioso per l’Italia", riguardo ad un eventuale nostro boicottaggio alle olimpiadi cinesi. Da quelle parti, l’esecuzioni sono consuetudine quotidiana e in un ottica di sana economia, la pallottola che esegue la sentenza, viene fatta pagare alla famiglia del condannato. Logica vorrebbe che noi boicottassimo le olimpiadi.

Ma Prodi, come ha ben spiegato in occasione del mancato incontro con il Dalai Lama, guarda alla “ragion di Stato”. Così come D’Alema, anch’egli in prima fila in queste frenetiche ore newyorkesi, il quale mentre passeggia per la fifth avenue (evidentemente alla ricerca degli ultimi regali di Natale) evita abilmente di prendere una posizione coerente riguardo alla nostra presenza in Afghanistan e sulla presenza di armi nucleari americane sul nostro suolo patrio. Insomma il solito stantio teatrino messo in piedi con la complicità dei sempre più asserviti media. Ieri i giornali titolavano a tutta pagina: “Onu, uno storico no contro la pena di morte” . In basso, ed in taglio ridotto, si poteva però anche leggere: “Lavoro, strage infinita in un giorno cinque vittime”.

Sono questi i “condannati a morte” di cui il nostro Stato dimentica dolosamente l’esistenza. Ogni anno in Italia perdono la vita sul loro posto di lavoro 1.500 esseri umani. (la media “del pollo” fa 4/5 morti ammazzati al dì.) Le leggi che impediscano, o quanto meno limitino questa vera e propria strage, esistono. Non servono altre norme. Basterebbe applicare semplicemente quelle esistenti assicurando controlli capillari, costanti, e la certezza della pena per chi venga beccato a trasgredirle. Ma a quanto pare, il profitto delle aziende vale più della vita delle persone.

Non sarebbe forse il caso che Prodi, D’Alema, la Bonino e Sergio D’Elia (condannato definitivamente a 25 anni per banda armata e concorso in omicidio) cominciassero ad occuparsi seriamente ed in via assolutamente prioritaria, ai nostri morti? Che senso ha guardare alle altrui tragedie quando in casa nostra la vita di un lavoratore vale appena una dichiarazione di cordoglio del “politichicchio” di turno accompagnato magari da un indignato “fondo” di qualche nobile penna del nostrano giornalismo?
19/12/2007
15:49

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Non disturbare i manovratori - di Marco Travaglio

1997_capostazioneNella scorsa legislatura ebbero grande risonanza mediatica (almeno sui giornali) gli appelli promossi e firmati da alcuni fra i nostri più prestigiosi giuristi e docenti universitari contro le leggi vergogna del governo Berlusconi e contro gli attacchi dell'allora premier all'indipendenza e all'autonomia della magistratura. Qualcuno si domanderà: che fine han fatto quei giuristi e docenti universitari ora che le leggi vergogna (dall'indulto al bavaglio di Mastella ai giornalisti su intercettazioni e atti d'indagine) le promuove il centrosinistra, ora che gli attacchi all'indipendenza e all'autonomia della magistratura li muove l'Unione all'unisono col centrodestra?

Ottima domanda. Ma la risposta è ancora meglio: gli stessi giuristi e docenti universitari, il 29 ottobre, hanno promosso e sottoscritto un appello contro l'incredibile richiesta di trasferimento del pm Luigi De Magistris da parte del cosiddetto ministro della Giustizia (se n'è occupato proprio oggi il Csm, per rinviare un'altra volta). I princìpi citati dall'appello sono gli stessi che sostenevano gli appelli anti-Berlusconi. Che cos'è cambiato? Che nessun giornale ha pubblicato l'appello. I giornali di destra pretendevano di censurare i riferimenti alla continuità col governo Berlusconi. I giornali di sinistra, evidentemente, preferiscono non disturbare il manovratore. Anzi, i manovratori. I giornali "indipendenti", anzichè esserlo dagli schieramenti, lo sono dalla verità dei fatti. Pubblico l'appello "clandestino" qui di seguito, con i nomi dei primi firmatari. Come si diceva qualche anno fa, leggete e diffondete.

L'appello
19/12/2007
10:34

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Senza pudore.

Technorati Profile Archiviato da fraba in: politica, napoli, attualitĂ 
100X140-BALDASSARRENapoli, Palazzo San Giacomo, sede del comune. Nella piazza antistante, da gironi si susseguono manifestazioni di protesta. A Napoli, c’è sempre da protestare ed a giusta ragione. Ieri era il turno degli operai impiegati dalle ditte appaltatrici della manutenzione stradale. Non ricevono lo stipendio da mesi. Il comune di Napoli non paga da mesi gli appalti forniti, cinque milioni di euro, e le imprese non hanno la liquidità per pagare i salari ai propri dipendenti. Da queste parti, questo stato di cose è ormai consuetudine. Com’è consuetudine ormai, il traffico paralizzato, i cortei di protesta e le montagne di spazzatura che sono ormai elementi del panorama nostrano alla pari del famigerato pino e del Vesuvio. Un quadro d’insieme avvilente per chiunque ma non per la “reale ancella” ed il suo clan i quali, in barba a qualsivoglia pudore, mentre la città vive uno dei suoi momenti più tristi ed avvilenti, si sono riuniti in una sala al terzo piano di Palazzo San Giacomo per festeggiare le imminenti festività natalizie.

Un martedì di festa, tra dolci, mozzarelle, vini, spumante e ritmi napoletani, con tanto di cantante "di giacca" e orchestrina. Una festa “a sorpresa” ma non aperta a chiunque. Pochi gli invitati, debitamente selezionati dai dirigenti comunali che hanno così voluto in modo tangibile festeggiare Sindaco e giunta. Le cronache raccontano di una tavola imbandita di tutto punto, di un menù degno della migliore tradizione napoletana. Pasta al forno, prosciutto e mozzarella, gamberoni, cascate di frutta e dolci di Natale il tutto accompagnato da vino e spumante. A fare gli onori di casa c’erano il city manager Luigi Massa e la dirigente Maria Rosaria Guidi, autentico "motore" del Municipio. Sul podio, Ciro Capano, ex consigliere comunale ai tempi del Pds ma noto soprattutto per le sue esibizioni di autentico "cantante di giacca" e per alcune azzeccate reclame di prodotti napoletani.

E così al ritmo di ‘O sole mio, ‘O surdato ‘nnammurato, Funiculì funiculà, l’allegra festino è andato avanti fino al primo pomeriggio quando, in un rigurgito di contegno dovuto forse ad una digestione difficile, qualche assessore si è lamentato con i propri diretti collaboratori circa l’opportunità di una festa in un momento così critico per la città.

Ma come sempre accade in questi casi, è bastato un semplice caffè, magari senza zucchero, per riattivare digestione e relativa sfacciataggine.
18/12/2007
14:34

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Ali bruciate.

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alitaliaPer parlare della vicenda Alitalia, è opportuno in primo luogo fugare un ingannevole concetto di fondo. Ci è stato fatto credere fino ad oggi che quella su Alitalia fosse una vera e propria asta ovvero, che la questione fosse tutta legata alla ricerca del migliore offerente. Falso. La questione, come sempre accade in Italia, è meramente politica.

Ma quando la politica manifesta la propria incapacità di scegliere, ecco allora che ci si ritrova nel più assoluto caos con sindacati che minacciano scioperi selvaggi, il titolo azionario che ondeggia come una giostra da luna park ed un management che percepisce robuste prebende con l’obiettivo unico di occupare una poltrona.
 

Oggi ci sarebbe dovuto essere il tanto agognato annuncio invece assistiamo a l’ennesimo rinvio. In Borsa il titolo continua a fare l’altalena, bruciando milioni di euro, il deficit operativo di Alitalia aumenta giorno dopo giorno, e la Consob si astiene da fare ciò che dovrebbe fare: prendere severi provvedimenti per mettere i colpevoli di questa tragica farsa dinanzi alle loro responsabilità verso il mercato.

Il governo nicchia, cosa che a quanto pare gli riesce meglio, mediando inopportunamente fra i tanti gruppi di interesse coinvolti nell’affare al punto da porsi autonomamente in una condizione di manifesta impotenza. Il rinvio di oggi poi, non potrà che far peggiorare la situazione. Le carte sono sul tavolo e no si comprende cosa si aspetti per prendere finalmente una decisione. Il Governo, come ha sottolineato Prodi domenica sera da Fazio, ha il dovere di fare delle scelte. Così è stato nel caso del Dalai Lama ma così non è riguardo alla vendita di Alitalia.

E chi potrebbe smuovere le acque, dubito voglia nella realtà farlo. Che interesse avrebbe l’attuale consiglio di amministrazione di Alitalia a consegnare i libri contabili in tribunale?

OT - raccolgo l'invito rivoltomi dal Minollo e rilancio da queste pagine l'appelloda lui postato su suo blog.
15/12/2007
10:12

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Un museo per la mafia. E per la camorra no?

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Posto dal blog de "Il Minollo" (semplicemente geniale nella sua ironia...).
(L'immagine è presa da lamundial.net)

creative-camorra-godfatherE se la Iervolino proponesse di dedicare un museo alla Camorra? Dopo il MADRE, il PAN, il Museo del Ghiaccio e le Stazioni dell’arte, arrivano le installazioni dedicate a Ciruzzo o’ milionario & co. ad arricchire l’offerta “culturale” partenopea.

Immagino già la conferenza stampa di presentazione del progetto: gli assessori Di Lello e Valente a sfoderare studi e proiezioni sull'incidenza della nuova attrattiva sulle presenze turistiche nazionali e straniere; Don Luigi Merola e Crescenzio Sepe a giustificare la scelta definendola un modo per 'esorcizzare' la mala; Bassolino seduto in disparte a gongolare, godendo all'idea di passare alla storia come il Governatore dei musei e dei treni.

Certo, ci sarebbe da fare i conti con chi reclama tassi di criminalità organizzata di gran lunga superiori a quelli del capoluogo: non immagino le proteste di piazza organizzate dai Casalesi in pieno centro di Caserta, la Reggia assediata dai seguaci di Sandokan incazzati per chiedere quello che pensano spetti soprattutto a loro.iMagari si potrebbe pure pensare di esportare l'idea a Bari, Reggio Calabria, Palermo, Arcore e poi scambiarsi regolarmente le reliquie. Immaginate esposti i pizzini di Provenzano accanto alle poesie originali e autografate d' 'o Prufessòre, le canzoni di Loigino Giuliano come sottofondo e i quadri di Tommaso Prestieri sulle pareti, mentre nella sala accanto illuminate da luce soffusa le selle di Filippo Mangano, lo stalliere di Berlusconi.
Che idea originale!!....

Beh, proprio originalissima no. Perché un progetto del genere è già in cantiere. Non qui, ovviamente, ma nella patria della democrazia. L'ha proposto il sindaco di Las Vegas, Oscar Goodman (un passato da avvocato di vari personaggi della mafia italo americana), che ha promesso che entro il 2010 la città del kitsch avrà pure il suo Museo della Mafia. "Sarà storicamente accurato e racconterà la vera storia del crimine organizzato", ha sottolineato l'ex agente Knowlton presidente della fondazione no-profit che realizzerà il progetto. "In questo modo potremo mostrare i risultati del nostro lavoro" ha rilanciato Dan McCarron, portavoce dell'FBI a Washington.

Perché la vera mandrakata è questa: accanto alle reliquie dei superboss americani ci saranno pure quelle degli uomini che li hanno fermati, dei poliziotti uccisi, dei giudici che li hanno condannati. Insomma, ci hanno fregati di nuovo. Potevamo lanciare qualcosa di innovativo per primi e ci hanno bruciati sul tempo. È proprio vero, gli americani stanno due spanne avanti: noi gli abbiamo dato la mafia, che ha contribuito alla fondazione di città come Las Vegas, e loro ora ci fanno un museo.