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Capire: ma cosa?
No, per chi non le vive certe situazioni è difficile capire. Anzi, a dire il vero, credo proprio che sia quasi impossibile anche solo intuire certi stati d’animo. Non si tratta di sopravvivenza spicciola. Le bollette, le spese correnti necessarie per sostenere i tuo vivere quotidiano, bhe, quelle riesci sempre a farle quadrare. Ma non si vive solo di queste cose ed è questo il difficile da far comprendere a chi gravita intorno a te. E’ difficile comunicare un ben altro e più profondo disagio.L’impossibilità di fare ciò che fino a poche settimane fa potevi fare in tutta serenità. Andare al cinema, al teatro, comprare un libro o un CD senza sentirti assalire dai sensi di colpa, provare a pianificare un semplice fine settimana al mare, insomma tutte quelle piccole cose che alla fine rendono la tua vita vivibile. Ti accorgi che sei tuo malgrado limitato nel fare le cose più banali. Se prima usavi il telefono senza problemi, oggi soppesi anche il comporre un numero o l’invio di un SMS. Cominci a non uscire perché t’infastidisce l’idea di vedere nella vetrina un qualcosa che non potrai comprare e non perché in questo momento non hai soldi, ma solo perché non conosci cosa ti aspetta domani. Insomma ti rendi conto che se fino a qualche settimana fa vivevi, oggi sopravvivi e la cosa non ti appartiene, ti deprime, ti lascia sveglio per notti intere.
Certo, esiste la “giustizia”, esistono i tribunali, ma se vuoi far valere i tuoi più elementari diritti, quelli che sono stati ignorati, calpestati e finanche derisi dai deliri di onnipotenza di due inutili parassiti travestiti da manager, allora devi per forza di cose assumere lo “status” di disoccupato. E si, perché Dio non voglia ti presenti davanti al giudice del lavoro anche solo con un semplice contratto di consulenza intestato a tuo nome, le tue speranze di ottenere giustizia diminuiscono in maniera direttamente proporzionale alla tua attuale condizione occupazionale. L’assioma è tanto semplice quanto tragicomico: “si, è vero, sei stato calpestato, umiliato, oltraggiato, messo alla berlina, ma ora hai un lavoro. Tutto il resto non ha più importanza. Tutto quello che hai patito conta poco. E se proprio vuoi “giustizia” allora visto che non sei ridotto alla fame, puoi anche permetterti il lusso di aspettare. Un anno, due, tre? Chi può dirlo? Ma tanto, che fretta c’è?”
E se chi ti vive intorno non riesce a comprendere la differenza fra il vivere ed il sopravvivere, fra l’avere degli orizzonti più o meno certi e l’avere perso ogni prospettiva, come puoi pretendere che sia un giudice, un estraneo, a capirti e ad aiutarti?
In questi mesi ho capito tante cose. Fra queste, ho cominciato a comprendere chi, circondato dall’indifferenza, schiacciato dal peso dell’incertezza, decide di assumere atteggiamenti estremi. Di fronte alle tante tragedie catalogate frettolosamente come “della follia”, bisognerebbe avere il coraggio di andare oltre la semplice apparenza delle cose. Chi arma la propria mano e la punta contro di se o contro chi ritiene, a torto od a ragione, responsabile della propria disperazione, meriterebbe quantomeno i benefici del dubbio.
La follia non nasce per una spontanea combinazione. Dietro di essa c’è sempre un qualcosa od un qualcuno, che contribuisce o ne favirisce il suo devastante ed inesorabile germoglio.












La giustizia all’italiana ha condannato Annamaria Franzoni. Per aver ucciso con 17 colpi (dati con cosa non si sa) suo figlio Samuele, un bimbo di tre anni, la mamma di Cogne in base alla sentenza emessa ieri dovrà restare in prigione 16 anni. Un infanticidio tra i più disumani e feroci è stato punito alla stregua di un banale traffico di stupefacenti, di un’associazione per delinquere. La giustizia all’italiana, non avendo prove per sostenere che questa madre è colpevole, ha trovato, dopo aver cercato la scappatoia della seminfermità, una squallida via di mezzo. Colpevole si, ma solo per metà. Neanche fosse possibile dividere in due la verità. Ma la realtà, purtroppo, è un'altra, o almeno così dovrebbe essere.
Non ricordo bene, ma sicuramente non avevo più di quindici anni. Era la prima volta che varcavo la soglia del teatro S.Carlo ed i miei studi musicali m’imponevano quella visita. Si, perché non stavo andando ad un semplice concerto, stavo andando ad osservare uno dei geni dell’arte musicale: Mstislav Rostropovich.
"Il Polo berlusconiano non è né della libertà né del buongoverno" (Rocco Buttiglione, 29 luglio 1994).
“Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare?”, si chiedeva Edoardo Bennato in una canzone del 1989. La domanda del cantautore partenopeo, ironica quanto amara, riassume idealmente il disagio che tanti napoletani hanno provato per decenni, ed ancora oggi provano, nel pensare allo scempio compiuto in una delle zone pià belle della città. Ma per i tanti non napoletani, ed anche per quelli un po’ distratti, proviamo a ricapitolare di cosa stiamo parlando.
alberghi, uffici, sedi universitarie, abitazioni, attività sportive, ricreative e produttive e, ciliegina, sulla torta, un porto turistico da ubicare in modo da non pregiudicare minimamente la balneabilità dell’intero litorale di Coroglio. Il recupero della famosa “spiaggia dei napoletani” era il punto qualificante della Variante per l’area occidentale che la Giunta si accingeva a redigere. Ovviamente, dopo avere provveduto, in tempi brevi e a costi contenuti, alla bonifica dei fondali marini e dei suoli (compresi quelli del cementificio di Caltagirone, che, inspiegabilmente, non sono stati ancora acquisiti) e alla rimozione della colmata a mare. Da subito partirono le operazione di “fumo negli occhi”, ovvero quella penosa consuetudine che da sempre ha caratterizzato il cosiddetto “rinascimento napoletano” ed i suoi altrettanto penosi ideatori politici.
Qualche settimana fa, il consiglio di amministrazione di “Bagnoli Futura” ha rassegnato in massa le dimissioni ma la “reale-ancella”, ha riconfermato tutti gli undici componenti lasciando al governo l’onere di ridurli a cinque in applicazione alla Finanziaria. Del resto, chi è che li ha fatti
Dovrebbe essere una data che ricordi a tutti una delle pagine più esaltanti della storia italiana. Il momento in cui un popolo, una nazione intera si liberò da una dittatura che l’aveva condotta attraverso il baratro della guerra, della distruzione economica e sociale. Nel corso degli anni questa data è diventata il simbolo solo di una parte di quel popolo e negli ultimi anni questo processo di auto attribuzione sfocia sempre di più in una sorta di delirio di onnipotenza da parte delle frange più estreme.
E dire che la show di Milano era a dir poco strascontato, fin anche annunciato nei giorni scorsi. La contestazione alla Moratti in occasione del 25 aprile è da ritenersi ormai una consuetudine. Basta che dal palco pronuncino il suo nome e dagli occupanti di piazza Duomo, centrosinistra e sindacati, partono sonore contestazioni. Una piazza che raccoglie di tutto e che ogni anno si “aggiorna” a seconda dei momenti: dai simpatizzanti di Emergency (prezzemolino in ogni minestra) che chiedono la liberazione di Rahmatullah ancora in carcere in Afghanistan all’Unione Agnostici Razionalisti che vorrebbero “Zapatero santo subito”, da quello che agita lo striscione dell’Inter al quindicesimo scudetto ai Rom che portano lo striscione “Sterminati ieri, discriminati oggi”, passando attraverso i trenta padovani del centro sociale Gramigna. In piazza ci arrivano solo con un obiettivo: fischiare.
Il Festival nazionale del Teatro è stato assegnato a Napoli e alla Campania. Il ministro Rutelli ha esaltato la candidatura partenopea fatta di “fantasia, visionarietà e attenzione ai giovani”. Esulta, come è logico che sia, la “banda del Vesuvio” (Bassolino, Iervolino, Di Palma) ed in un coro degno della migliore tradizione operistica, parlano di “una rivincita”.
La stampa napoletana che si occupa di cultura, ha da tempo aperto le danze. Il Cormez e Repubblica-Napoli in tempi non sospetti sono partiti con lenzuolate sull’argomento inneggianti all’opportunità, l’importanza e le solite giaculatorie finalizzate alla cattura dei posti in “
L’assessore Oddati stima in cinque milioni l’affluenza di visitatori attratti da questo nuovo “evento”. La città si prepara ad accoglierli con le sue “bellezze” tirate debitamente a lucido: i kalashnikov della guerra di Camorra (siamo a 41 morti dall’inizio dell’anno e se gli stessi morti a Baghdad o a Kabul, in meno di quattro mesi, fanno notizia, a Napoli sono ormai parte integrante del “panorama”.). L’immondizia nelle strade con il conseguente rischio epidemie. Il traffico, Il disordine, il sudiciume, la micro-criminalità, il degrado delle periferie, etcetera, etcetera. Una società civile, degna di tale nome, provvederebbe a creare un cordone sanitario per limitare i danni derivanti da quindici anni di regime bassoliniano. A Napoli questo non succede. A Napoli è sempre tutto “una Festa”, un’”Evento”. Aria fritta e banalità assortite per mascherare una “politica” che serve per “per campare” e per fare carriera. Un clientelismo spicciolo e mascherato dall’aurea della “cultura”. Dall’affarismo becero e dalla partitocrazia che tutto tocca, adultera e rende putrida.
Chi come me ha con la notte un rapporto controverso, deve pur trovare il modo per impegnare il prorpio tempo. C’è chi va in discoteca e si riempie di alcool, chi si lancia a duecento all’ora con una macchina, preferibilmente su di una statale così da aumentare i rischi per se stesso e per gli altri, e chi bazzica per i viali chiedendo informazioni ai travestiti. Purtroppo io non faccio il portavoce del governo Prodi e quindi mi limito ad attendere le ore diurne impegnandomi in attività meno pruriginose e più consone al mio attuale status di “cazzeggiatore” autorizzato.